Recensione: Niente – Janne Teller

Buongiorno a tutti!

Eccomi qui, pronto a recensirvi, come avete potuto leggere dal titolo, Niente, romanzo breve della scrittrice danese Janne Teller.

Premetto che si tratta di uno dei miei libri preferiti, ma nonostante questo cercherò di analizzare l’opera nel modo più imparziale e oggettivo possibile. Ne approfitterò anche per spiegare brevemente perché lo ritengo tra i miei preferiti e darò anche dei consigli per far chiarezza su quali possano essere i motivi per leggerlo o piuttosto i deterrenti per non farlo, in modo che ognuno possa in seguito capire se sia un libro adatto alla propria persona.

Piccola nota: qualora voleste seguire gli aggiornamenti in tempo reale relativamente alle prossime pubblicazioni qui sul blog o in generale sapere quali letture stia affrontando e quali lavori stia portando avanti per la piattaforma, vi suggerisco di seguirmi su instagram. Il mio nome lì è @il_berserkr_idealista.

Io intanto vi saluto e vi auguro una buona giornata, oltre ovviamente una piacevole lettura.

– Mattia


TRAMA

Comincia così la nostra storia, nella piccola città danese di Tæring: un ragazzino si rende conto che nulla della vita ha davvero valore, decidendo di conseguenza di arrampicarsi sul susino di casa sua e da lì dichiarare di non avere più intenzione di fare nulla, visto che niente ha davvero senso, declamando i motivi della sua scelta, in modo da farsi sentire da chiunque passi da quelle parti.

I suoi compagni di classe, sbigottiti dal suo gesto improvviso, dapprima approcciano Pierre Anthon per fargli capire che ci sono cose che invece hanno un significato, ma poiché lui rimane saldamente ancorato alle sue convinzioni, il gruppo decide di creare una catasta del significato nella segheria abbandonata della città: ciascuno di loro deve partecipare mettendo un oggetto che per loro abbia significato.

Se i primi oggetti risultano innocui e vengono messi sulla catasta su base volontaria, ben presto si rendono conto che hanno poco valore per le persone che li hanno scelti. Così decidono di cambiare metodo: da questo momento a turno ogni membro del gruppo sceglierà un’altra persona e l’oggetto che dovrà essere aggiunto alla catasta appartenente a questa, che a sua volta sceglierà la prossima, e così via, fino a completare il cerchio.

Alimentate da un senso di giustizia che muta svelto in sete di vendetta, le richieste diverranno sempre più spietate e brutali, nella spasmodica ricerca disposta a tutto pur di trovare il significato e dimostrare che Pierre Anthon si sbaglia.

ANALISI E COMMENTO

È tangibile l’influenza del pensiero nichilista dell’opera, espresso soprattutto attraverso la figura di Pierre Anthon, ossia un giovane disilluso che ha perso ogni fiducia per il suo avvenire e per ogni cosa che lo circonda: tutto è destinato a decadere e mutare, a prescindere dai nostri sforzi, spiega. Di conseguenza, piuttosto che passare la vita a studiare e lavorare duramente per poi arrivare comunque alla stessa conclusione (ossia la morte), preferisce salire sul suo albero, mangiarne i frutti e ammirare il paesaggio, vedendo come tutto intorno a sé procede e tende al collasso e godendosi il tempo che ha a disposizione.

Un altro elemento cardine che viene ripetutamente affrontato nell’opera è la perdita, contrapposta al ritrovamento, a cui si danno differenti accezioni: si parla ad esempio di perdita dell’innocenza, poiché i ragazzi entrano in un gioco che diventa più grande di loro, e proseguendo in questa ricerca del significato si affacciano a un abisso che, guardando dentro di loro, si prende la loro giovinezza e purezza per sempre, restituendo rabbia, rancore, desiderio di vendetta e violenza; altro esempio è la linea sottile tra perdita e ritrovamento del senso e del valore, ostentato dal gruppo e rivaleggiato da Pierre Anthon. Da un conflitto del genere non se ne può uscire vittoriosi in nessun modo, e i ragazzi trovano ben altro rispetto a quello che attendevano, pagando inoltre un prezzo altissimo.

L’argomento della ricerca stessa del significato mette in scena la tendenza dell’essere umano a definirsi non in quanto entità a sé, ma piuttosto in relazione a ciò che lo circonda e possiede: la necessità che provano i ragazzi di smentire Pierre Anthon non deriva da un capriccio infantile o da un gesto di rivalità, ma da un istinto viscerale che deriva dalla messa in discussione della loro stessa esistenza. Giudicando i loro oggetti come degni di un significato, quello che loro tentano davvero di compiere è di ristabilire la loro identità e la loro concretezza nel mondo, servendosi di qualcosa di esterno per compensare il vuoto di una personalità non formata e solida, capace di sgretolarsi non appena si affaccia a interrogativi come quelli posti da Pierre Anthon.

Da questo punto consegue anche la relatività del significato stesso, che nell’opera è il motore che conduce alla degenerazione degli eventi: se è vero che sono gli oggetti a noi cari a definirci come singoli, allora ne consegue che non si potrà avere un giudizio oggettivo su questi e pertanto percepirò la mia individualità tanto intoccabile quanto in realtà un’altra persona interpreterà la propria, annullando ogni possibilità di messa in discussione dei principi di ciascuno.

I protagonisti, tra i quattordici e quindici anni, vengono mostrati come immersi in un mondo di cui i grandi non devono far parte, poiché, a detta loro, fingono che ogni cosa abbia in realtà una ragione e un valore, fermandosi alle apparenze e andando avanti con la loro vita, mancando di quella fede che i ragazzi sentono di avere per il loro scopo.

Lo stile di scrittura è asciutto, ridotto al minimo, amplificando la sensazione di spietatezza dei personaggi e della violenza degli eventi. Teller non si sofferma sui dettagli e non fornisce un’analisi profonda dei protagonisti: preferisce fornire le informazioni crude e dirette, come delle stilettate contro il lettore che sferzano e feriscono per la loro potenza ed essenzialità. La vicenda è narrata dal punto di vista di uno dei ragazzi, Agnes, che racconta in prima persona al passato: l’effetto è simile a quello di un mémoire, grazie al quale veniamo a conoscenza dei ricordi difficili di una purezza strappata all’improvviso in nome di qualcosa di fumoso e annichilente.

Uno dei motivi per cui reputo questo libro uno dei miei preferiti è la capacità di scavare un solco nel cuore del lettore, lasciandone una traccia indelebile: nonostante infatti la brevità dell’opera (stiamo parlando di poco più di cento pagine) e di conseguenza la mancanza di un’indagine approfondita dei temi esposti, essa è in grado di catturare, sconvolgere e seminare una serie di dubbi e ragionamenti che fioriscono nella mente anche dopo diverso tempo dalla lettura. Lo ritengo tra i migliori di quelli che abbia letto perché è stato in grado di rimanere nella mia memoria nonostante il passare di mesi e anni, e la rilettura mi ha fatto rivivere le stesse emozioni, amplificate da una maggiore consapevolezza degli argomenti e una più approfondita comprensione dei simbolismi.

È un testo che consiglio a chi sente la necessità di farsi sconvolgere da qualcosa di rapido ma intenso, che cerchi quel brivido provocato da temi spinosi e controversi, affrontati come in questo caso attraverso un’ottica destabilizzante e inusuale. La sconsiglio invece a coloro che non amano le scene descrittive di violenza nei libri in generale o che preferiscono magari opere più ampie ed elaborate, che possano affrontare gli argomenti più dettagliatamente e con maggior respiro, così come sento che potrebbe risultare inadatto a coloro che non amano uno stile di scrittura ridotto all’essenziale e asciutto. Di certo in ogni caso è richiesta una piccola dose di sospensione dell’incredulità per tralasciare alcuni elementi che potrebbero risultare strani o non chiari durante il racconto della vicenda, ma al di là di questo è una lettura che penso valga la pena assaporare almeno una volta nella vita, anche solo per mettersi alla prova.

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