Recensione: SKAM Italia (Stagione 4)

Buonasera e buon inizio settimana.

Dopo un po’ di tempo, torno da voi con una recensione che penso fosse doverosa, avendole già fatte per le stagioni precedenti: come potete leggere dal titolo, sto parlando della quarta stagione di Skam Italia.

Piccolo disclaimer prima di iniziare: a breve ci sarà la sessione d’esami estiva e, di conseguenza, non potrò essere molto presente qui sul blog (ancora meno di quanto non lo sia ora). Cercherò comunque per quanto possibile di pubblicare qualche contenuto, magari più breve, come ad esempio poesie o alternative alle recensioni, ma l’intento di questa parentesi era di darvi il motivo di una mia eventuale assenza futura.


Il regista Ludovico Bessegato ha collaborato per la sceneggiatura con Sumaya Abdel Qader, sociologa e scrittrice musulmana, che ha inoltre aiutato l’attrice protagonista dandole le nozioni necessarie per poter interpretare il suo personaggio e farle conoscere il mondo islamico in modo più dettagliato, insegnandole ad esempio i gesti da fare nei momenti di preghiera, le modalità del ramadan e alcuni dei precetti della sua fede.

La protagonista in questo caso, come vi avevo anticipato nella scorsa recensione (potete recuperarla qui sul blog, tramite il pulsante di ricerca o scorrendo in basso negli articoli più vecchi), è Sana, ragazza musulmana che fa parte della rosa dei personaggi di questa serie.

Il focus di questa stagione è il rapporto che ha la ragazza con la religione e quanto questa influisca nella sua quotidianità, attraverso la famiglia, gli amici e le sue possibilità. Essendo una ragazza italiana di fede musulmana,la vediamo mettersi in discussione per le sue scelte, e l’equilibrio che sembrava aver trovato tra questi due suoi mondi comincia a vacillare quando si trova a stringere un legame con Malik, amico del fratello Rami. A partire da questo punto vedremo Sana in conflitto con i suoi valori, a tal punto dal domandarsi sulla stessa solidità dei rapporti che ha con gli altri e delle sue stesse condizioni.

Come nelle altre stagioni, sullo sfondi degli avvenimenti della protagonista anche gli altri personaggi evolvono e vivono nuove situazioni e difficoltà, affrontate in secondo piano.

Il tono di questa stagione sembra essere tornato quello di un tempo, probabilmente grazie anche alla capacità dell’attrice (Beatrice Bruschi) di mettere in luce un personaggio attraversato da un dilemma che ha radici nella sua stessa identità e in ciò che la forma come individuo. Il suo è un personaggio molto duro, tendente all’aggressivo e con atteggiamenti spesso acidi, ma che in realtà sono schermo di una personalità più complessa e fragile, tenuta nascosta per il timore di mostrare quei suoi lati che la renderebbero vulnerabile e “nuda”.

Uno degli scopi di queste puntate è l’abbattere il pregiudizio, ricorrente nelle menti italiane (e non solo), della donna musulmana, vista come una figura sottomessa, costretta a ferree regole imposte dal mondo maschile e rinchiuse in una categoria a parte. Sana ricorda che la sua fede non le è stata imposta da nessuno, e che anzi molto spesso è lei stessa a seguire alcune usanze più stringenti, perché lei crede in quello che fa e nella sua libertà di esprimersi attraverso queste.

Vediamo il suo progressivo distaccamento dalle amicizie, per via di alcuni avvenimenti nelle prime puntate, introducendo il tema della diffidenza e della critica di chi è esterno al mondo islamico, indicando come spesso queste reazioni scaturiscano da una paura dello sconosciuto e dall’ansia che si ha nella possibilità di dire qualcosa di sconveniente o imbarazzante verso una categoria di persone che riteniamo “sensibili”, partendo dal presupposto che certe cose non si possano dire (per rimanere nel cosiddetto politicamente corretto) e alzando un muro che blocca la comunicazione, anziché favorire un dialogo e cercare di capire a fondo le ragioni culturali di un individuo, potenzialmente anche molto diverso da noi, ponendo domande e andando oltre le convinzioni che riteniamo vere.

Questo discorso vale anche dal lato opposto: viene discusso quanto sia effettivamente importante che le persone appartenenti alle minoranze o comunque ad ambienti differenti da quello circostante siano aperte al dialogo e alle spiegazioni di quelle che sono le loro ragioni, per quanto possano sembrare poco pertinenti o sensate le domande che vengono loro poste, perché così facendo si crea un processo di normalizzazione dell’individuo stesso, che passa da figura mistica intoccabile a un essere umano qualunque, con i suoi pregi e i suoi difetti, ma meritevole di rispetto come chiunque altro.

La fotografia come al solito è suggestiva e rispecchia gli stati d’animo dei protagonisti: da immagini vividamente colorate a scenari più cupi e mesti, essa accompagna Sana e i suoi amici nelle diverse vicende con un tocco per nulla eccessivo. Allo stesso modo, anche le colonne sonore calzano le atmosfere delle scene.

Una stagione che restituisce un senso di nostalgia fin dalle prime battute: i nodi si sciolgono, gli intrecci si dipanano e gradualmente ogni cosa trova il suo posto, in un modo o nell’altro. Il percorso di questi ragazzi, che coincide con i loro anni di scuola superiore, trova qui la fine, che segna anche il raggiungimento della maturità e l’inizio di una fase della vita completamente differente, composto da nuove sfide e mille altri stimoli. I temi quindi che si possono leggere chiaramente da questo (e che del resto attraversano tutta la serie) sono quelli della crescita, della formazione caratteriale e del trovare il proprio posto nel mondo, sempre secondo lo stile di Skam, ossia attraverso una narrazione quanto più possibile ascrivibile alla realtà di tutti i giorni, senza eccessi e fronzoli.

Apprezzabile il momento in cui si dà un breve spazio a ognuno dei personaggi della vicenda per mostrare dove sono arrivati alla fine del loro viaggio, così da dare la sensazione che niente sia stato lasciato davvero in sospeso e che anzi la conclusione possa essere armoniosa e godibile.

Il finale si mostra molto emotivo e nostalgico, chiudendo il cerchio con un messaggio positivo e di speranza. Ed è anche per questo che spero che la serie si chiuda qui (come del resto è stato per la controparte norvegese, da cui la versione italiana deriva): la sua eventuale prosecuzione andrebbe a ridurre l’efficacia e la poetica della narrazione che è stata scelta a conclusione di questa stagione, che sembra appunto voler mettere la parola “fine” sulle vicende di questi ragazzi, lasciando spazio a idee e pensieri su come le loro vite proseguiranno poi.

In generale questo percorso di Skam Italia ha avuto di certo alti e bassi, ma in generale posso confermare che si tratta di un buon prodotto per la fascia d’età a cui è rivolto, sia per la qualità che per i richiami a temi molto vicini al pubblico giovane, e che può allo stesso tempo rappresentare un buono spunto di riflessione anche per il mondo degli adulti, che spesso si sentono così distanti dai ragazzi e faticano a comprenderli. Questa serie può rappresentare un buon tramite tra i due mondi, mettendo in luce le problematiche che i ragazzi effettivamente affrontano ogni giorno con un tono e uno stile per nulla pomposo, anzi molto modesto e semplice, seppure efficace, per andare dritto al punto, ossia colpire ed emozionare il pubblico.

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