Recensione: Il discorso del re

Buona domenica e ben ritrovati in questa nuova recensione.

Oggi tratterò di un film uscito ormai da qualche tempo, nel 2010, di genere storico-drammatico: Il discorso del re.

Buona giornata e buona lettura.

– Mattia


Avente come regista l’inglese Tom Hooper e sceneggiatore il britannico-statunitense David Sadler, vede nel suo cast punte di diamante come Helena Bonham Carter, Colin Firth, Michael Gambon e Geoffrey Rush.

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La vicenda è ambientata nella prima metà del Novecento, a partire dal 1925 per poi giungere allo scoppio del conflitto. Essa mostra la vita della famiglia reale inglese, in particolare quella del figlio del re Giorgio V, il principe Albert (Bertie), duca di York, che soffre di balbuzie fin dall’età di cinque anni. Questo gli rende impossibile tenere discorsi in pubblico, venendo di conseguenza ridicolizzato sia dalla famiglia che dal popolo inglese. La moglie, nonostante le riserve di lui per i molteplici fallimenti dei vari medici, decide di rivolgersi a un logopedista australiano, Lionel Logue, piuttosto conosciuto per i suoi metodi anticonvenzionali e peculiari. Da questo punto si susseguono gli avvenimenti che condurranno all’epilogo, tra episodi storici noti e retroscena atti a conoscere il percorso del protagonista.

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La trama in questo caso non è particolarmente avvincente, a causa anche  della natura stessa del film: essendo infatti la riproduzione di fatti storici, una conoscenza di partenza sufficientemente solida o anche solamente una ricerca su internet permetterebbe di conoscere in modo piuttosto preciso il susseguirsi degli eventi. E non sono nemmeno necessarie queste ultime due cose, a dire il vero: la fantasia e l’esercizio mentale richiesto per immaginare cosa accadrà sono piuttosto esigui.

Bisogna però sottolineare che ritengo non sia la trama il nucleo di questo lungometraggio, quanto piuttosto l’evoluzione del protagonista e il modo di affrontare il suo disagio, sia attorno alla sfera familiare che a quella popolare.

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Viene riprodotta con abilità la trasformazione che in quegli anni i personaggi pubblici stavano subendo, costretti a dover fare i conti con il consenso dei cittadini e, di conseguenza, prendendo le sembianze talvolta di attori, con l’obiettivo di entrare nelle case e nei cuori di ogni singolo individuo (interessanti a tal proposito il discorso tra il padre del protagonista, re Giorgio V, e lui e le riprese dei discorsi di Hitler davanti alla folla). Si dà risalto al valore della parola e alla sua funzione di elemento di unione delle masse nei confronti dell’amore per la patria e della difesa di essa contro il nemico. Buona la trasposizione dell’atmosfera britannica in quel periodo, tesa e in costante trepidazione per i fragili equilibri europei.

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Il rapporto tra il Lionel e Bertie si sviluppa parallelamente alla terapia, in una relazione che muta dal distaccamento formale al rispetto reciproco quasi alla pari, evidenziato dalla riconoscenza e dall’affetto che il secondo ammette di provare, seppure comunque compostamente, per il primo.

La visione in lingua originale permette di cogliere la maestria di Firth nel simulare la balbuzie e l’imperfezione del suo personaggio, colto da scatti d’ira e da atteggiamenti impazienti, oltre alla cadenza tipicamente inglese di tutti i personaggi, che personalmente apprezzo molto e aggiungono realismo alla narrazione.

Il punto debole del film credo sia la sua mancata capacità di far affezionare e coinvolgere realmente lo spettatore: le scene si susseguono infatti fluide e coese, ma non trasmettono mai realmente una decisa componente emotiva, che viene nella maggior parte dei casi solamente accennata, salvo qualche caso, e quindi risulta nel complesso piuttosto freddo e distante.

La visione è tutto sommato piacevole, ma non lo consiglierei a coloro che cercano qualcosa di sconvolgente, carico di intrighi e sottotrame o anche solo profondi coinvolgimenti emotivi.

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